domenica 22 luglio 2007

AUSTRIA. INNSBRUCK. MUSEO DI ARTE POPOLARE.


A Innsbruck c’ un museo di arte popolare.

Il suo bel sito.

Arte popolare: termine di incerto significato, inventato nell’ottocento, il secolo che scopre i “popoli” d’Europa e con essi la loro produzione; vengono anche in mente quelli che andavano in giro per campi e villaggi, raccogliendo fiaba dopo fiaba dopo fiaba da sdentate vecchiette che la sapevano lunga.
Si tratta di qualcosa – fiabe, culle intagliate e dipinte, armadi e slitte delicatamente scolpiti, lini tessuti, ricamati, stampati, tutto un modo di vita - che viene visto mentre svanisce e se ne va.

Il museo di Innsbruck viene fondato nella seconda metà dell’Ottocento, quando quei saperi che si accinge a racchiudere e intecare vanno disfandosi. C’è un dichiarato malinconico intento pedagogico, che fallirà, di ridare loro vita, raccogliendo esempi per gli stufi artigiani dell’impero austro-ungarico.

Oggi quel museo viene ritenuto uno dei più belli del genere che al mondo vi siano. Esso è scrigno colmo, buio e vagamente funereo. Non c’è nulla della vitalità giochereccia che caratterizza altri musei di questo genere sempre da me golosamente visitati in altri nord più lontani, come l’Irlanda, la Norvegia.. In quelli razzolano maiali, signore come si deve abbigliate preparano torte di vere mele, interi uffici postali sono stati recuperati di sana pianta con le loro ultime lettere mai più spedite e ricevute.
Mi accorgo mentre scrivo che già l’intento fondatore è diverso: la vita in quest’ultimo caso, l’arte popolare in quell’altro si voleva catturare.

Ma quanto incide, mi chiedo, nell’aria derelitta del pur ricco museo di Innsbruck lo svanire di quell’impero che lo aveva fondato, l’aver affettato quel Tirolo che celebra? Parecchio, mi sa. Eppure, è proprio il presentarsi di questa cultura che attraversa decisamente i confini nazionali e la diversità delle lingue, che segue piuttosto il corso dei fiumi e si ferma dove sorgono monti senza valichi che affascina. Italia e Austria nel museo si confondono e si mescolano; quante cose ci sono, che vengono da valli attualmente italiane; infatti, ecco un imprevisto ricco catalogo in lingua italiana.

Nel museo si ritrovano quei ferri battuti, quei legni intagliati la cui versione aristocratica abbiamo visto ad Ambras; questa volta invece di grandi santi e serrature che riproducono il cielo stellato, gli oggetti si fanno più quotidiani, si moltiplicano in saliere e orologi, stampi per il pane, lanterne, arnesi per lisciare la biancheria, spazzole, catini. Qualsiasi oggetto della vita quotidiana sembra investito da una gioiosa furia decorativa e simbolica.

Vengono alla mente quelle teste vuote che di fronte a tali eventi subito commentano: le lunghe serate invernali portavano quei popoli, quelle genti, a lavorare operosamente accanto la focolare. Haimè, alla mente appaiono serate invernali che portano alla bottiglia e all’angosciato ozio. Non c’è precoce crepuscolo che tenga: si tratta di cultura, di culture; di miracolose non controllabili competenze a stare insieme, a fare cose insieme.

Subito mi sono vista ricamatrice, intagliatrice.. ammesso che nell’arte del legno o del ferro qualcosa venisse fatto fare alle donne.

Ecco una Vanitas – mezza scheletro, mezza fanciulla, già malinconica - che regge l’asciugamano sul catino.



Le belle bottiglie con l’ombelico, il punto in cui la pinza stringeva il vetro che si gonfiava col soffio.



Un maschera di carnevale, fotografata con difficoltà tra il rilucere e lo specchiarsi delle vetrine, che ha impedito quasi sempre le foto, insieme al buio delle sale. Le maschere sono molteplici, grandi, sontuose, bizzarre.



Le teche con i costumi si sprecavano, ma i bagliori dei vetri le hanno rese inaccessibili alla foto; ecco qualche volto ritratto catturato tra il lusco e il brusco.



Stampi per il pane – i piccoli – e per la farina – i grandi.



Stampi per la farina. Ci ho messo anch'io un po', a capire. Il pane, pensi, lo timbri quando lo porti al forno, crudo; per riconoscerlo. Si capisce. Ma la farina?
Nunchesto mi spiega. Della farina timbri la liscia superficie riposta, per assicurarti che nessuno l'abbia rubata. Poi, certo, ogni volta benedici e marchi di simboli tutto, il che fa sempre bene, a prescindere.

E poi tante stube, la stanza cuore di casa foderata di legni con la grande stufa di maioliche.




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