mercoledì 26 settembre 2007

ABRUZZO. SANTO STEFANO SESSANIO. LOCANDA DEL CAVALIERE. RISTORANTE.


























Scendere da Campo Imperatore a Santo Stefano Sessanio
fa un curioso effetto. Sotto di te, tra gli azzurri della distanza, stanno alti monti che ne sovrastano altri, e la pianura non si vede né si intuisce. Si precipita per onde morbide, senza ripidità ruvide, ma con movimenti molli nei fianchi dei monti, dove ogni tanto si inconca una piccola valle ad alta quota, con tracce verticali di piccoli campi una volta coltivati, ora forse abbandonati. Qui si coltivavano la lenticchia, il farro; la pregiata lenticchia è in timida rimonta, gli occhi fissi sulla celebrata castelluccia, sua ispirazione e faro nella sapienza di marketing.

Sui bordi della strada dorata, bombi si inebriano di nettare e cardi.

Santo Stefano ha un lago circolare, una chiesa che si specchia, un’alta torre, vicoli di pietra, strade sotto le volte che proteggevano dalle bufere di neve. Siamo a 1500 metri circa.

Paese in via di abbandono non molti anni fa. Un giovane industriale italo-svedese acquista una quantità di case nel centro storico, le ristruttura filologicamente, ne fa un albergo diffuso a 200 euro a notte. Questa impresa ne rilancia altre, si circonda di altre. Le stesse lenticchie si fanno coraggio.

Un libretto sulla cucina locale ci guida fino all' Ostello del Cavaliere, una buona trattoria del paese. E’ una giornata assolata, ci sediamo in terrazza. Nunchesto è esterrefatto dalla qualità della birra; il gestore ci dice che gliele procura un cliente tedesco. Prendiamo la minestra di lenticchie, specialità della casa, che le coltiva. Poi delle ricottine di capra fritte.

Nel ristorante, affollato, si verifica quel surreale evento che ogni tanto capita. Il nostro tavolo diventa invisibile. Il giovane cameriere serve prima i nostri vicini, arrivati dopo; il gestore, che recita il menu, salta gli gnocchi con lo zafferano, per i quali eravamo arrivati fin lì e ai quali rinunciamo pensando che quel giorno non ci siano, ma li offre alla successiva comanda, rivelandoci che dopo tutto c’erano, noi però abbiamo già ordinato la zuppa di lenticchie; un complemento per la zuppa di lenticchie offerto a tutti quelli che l’hanno ordinata è una salsa di peperoncino, ma ce ne accorgiamo solo dopo che l’abbiamo già mangiata, poiché ci hanno dimenticato; le stessa cosa succede con il miele che viene offerto con la ricottine fritte. Siamo tentati da un sentimento di persecuzione: ci odiano, non gli piacciamo per niente, ce l’hanno con noi. Ma è evidente che si tratta di un evento fisico, di un fenomeno di densità di molecole, di rifrazione della luce. Proprio in quel preciso posto occupato dal nostro tavolo c’è un vortice, un vuoto, un gorgo di particelle che si trasforma in presenza incerta e intermittente: il tavolo c’è e non c’è. Penso ancora che l’abbiamo scampata bella quando abbiamo potuto alzarci e andare via portando con noi tutte le parti del nostro corpo. L’esperienza è stata più inquietante che seccante; solo una cosa non perdono: non aver potuto provare il miele sulle ricottine.

Ostello del Cavaliere

Albergo diffuso di Sextantio, con un commento qui.

2 commenti:

la belle auberge ha detto...

Scommetto che, al momento del conto, siete diventati improvvisamente visibili e solvibili.
Artemisia, le tue foto sono...mi mancano gli aggettivi.

Artemisia Comina ha detto...

cara eu, non ci crederesti, ma c'era davvero un refolo inverso di atomi; avremmo potuto squagliarcela invisti. tant'è che comunque consiglierei la trattoria.

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